Un amico, di ritorno nella sua bellissima Puglia per le vacanze di natale, ha incontrato in viaggio un noto cantante. Essendo un valente chitarrista ha intavolato una discussione. Il noto artista, fra le altre sventure, lamentava il fatto che questi ragazzini a banda larga gli rovinano l'esistenza, scaricando quello che dovrebbero pagare.

Nel riportarmi la discussione, il mio amico, che certo non è un retrogrado fuori dal mondo, tuttavia dimostrava un poco di comprensione per il povero (povero?) artista. Il che mi stupisce e mi perplime.

Che Internet stia cambiando i costumi di fruizione (o "consumo" come dicono i giacca'n'cravatta delle major) di musica, film e opere d'ingegno in genere è fatto arcinoto. Altrettanto arcinoto, come anche qui detto, è che chi produce le suddette opere non riesca a cambiare la propria mente per adattarla a questo nuovo modello e a trarne quanto di bello in esso esiste. È quello che definirei l'approccio da droghiere che molti musicisti hanno.

Ogni canzone è come un barile di spezia, per loro, che deve essere venduto al prezzo maggiore e con il massimo profitto. Se qualcuno ottiene la spezia senza pagarla direttamente, è come se avesse praticato un foro sul fondo del barile e, mentre il droghiere è voltato, questi si riempisse un sacchetto della preziosa mercanzia.

Che a lamentarsene siano le major è naturale: il loro business è sostanzialmente basato sulla ricerca e la successiva spremitura di artisti più o meno promettenti in virtù degli ingenti capitali che possono mettere a disposizione. Ma che a lamentarsene siano gli artisti stessi è segno di una tara culturale che ancora stenta a cadere. La musica, per prendere questa ad esempio della produzione immateriale, è intrinsecamente replicabile: non è certo con Internet che il fenomeno è nato, dato che già la generazione nata nel primo dopoguerra duplicava i nastri dei Beatles su registratori a bobina.

Ma mentre allora questo dava un contributo di diffusione alla musica che tuttosommato era insignificante, oggi, grazie proprio alla rete, questo contributo può diventare determinante e consentire agli artisti un rapporto nuovo e diretto con i loro ascoltatori. Viene dunque da pensare che gli artisti in questione questo rapporto non lo bramino poi tanto.

Nell'attesa che i big cambino il loro modo di pensare, noi fraudolenti consumatori ci godiamo le gioie delle licenze Creative Commons su Jamendo.